L’11 agosto 2026 l’ISTAT ha diffuso i dati del commercio estero di giugno. Nel primo semestre 2026 l’export è cresciuto del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025, l’import del 4,3%. L’avanzo commerciale è salito a 24,5 miliardi di euro, contro 22,8 miliardi nel primo semestre 2025.
Il valore delle vendite però dipende da due fattori: quanto si vende e a che prezzo. L’ISTAT li separa con due indicatori. I volumi misurano le quantità. I valori medi unitari misurano il valore per unità di prodotto e sono un’approssimazione dei prezzi. Nel semestre i volumi esportati sono cresciuti dello 0,7%, i valori medi unitari del 3,8%. La crescita dell’export è quindi venuta soprattutto dai prezzi.
Prezzi e quantità per tipo di bene
Il quadro cambia molto tra i raggruppamenti di industrie. Tra i beni non energetici, gli intermedi segnano l’aumento più ampio dei volumi esportati (+4,1%), con valori medi unitari in forte crescita (+7,3%). L’energia registra +15,3% nei valori medi unitari e +4,7% nei volumi. I beni strumentali crescono poco in entrambe le componenti (+1,0% e +1,2%).
I beni di consumo vanno nella direzione opposta: i valori medi unitari salgono del 2,0%, ma i volumi scendono del 2,3%. Il calo è più forte per i beni durevoli (-8,2%). Per questi prodotti si vende meno, a prezzi un po’ più alti.
Dal lato dei settori, l’ISTAT attribuisce la crescita del semestre soprattutto a metalli di base e prodotti in metallo (+28,9%), coke e prodotti petroliferi raffinati (+23,3%) e autoveicoli (+8,3%). Nei primi due casi pesano anche i prezzi delle materie prime: il comparto dei metalli di base comprende pure i metalli preziosi. È un’ipotesi coerente con i dati, che le statistiche aggregate non permettono di verificare prodotto per prodotto.
Le ragioni di scambio: meglio nel semestre, peggio a giugno
Le ragioni di scambio confrontano i prezzi di ciò che si vende all’estero con quelli di ciò che si compra. Si ottengono dividendo l’indice dei valori medi unitari all’export per quello all’import. Se migliorano, con la stessa quantità esportata si paga una quantità maggiore di importazioni.
Nel primo semestre 2026 i valori medi unitari all’export sono cresciuti del 3,8%, quelli all’import del 2,4%. Le ragioni di scambio sono quindi migliorate di circa l’1,4% (1,038 diviso 1,024). A giugno il segno si è invertito: +4,5% all’export contro +10,2% all’import, con un peggioramento di circa il 5,2%. Al netto dell’energia il peggioramento di giugno si riduce a circa il 2,2% (+3,4% contro +5,7%).
I prezzi alla produzione per l’estero
Un’indicazione più diretta sui listini viene dai prezzi alla produzione dell’industria venduta sul mercato estero, diffusi dall’ISTAT il 2 settembre 2026. A luglio sono aumentati del 3,6% su base annua (+3,7% nell’area euro, +3,5% fuori). Sul mercato interno l’aumento è stato del 9,3%. L’ISTAT precisa che, al netto del comparto energetico, la crescita annua dei prezzi alla produzione è molto più contenuta (+3,3%).
I prezzi praticati all’estero sono cresciuti molto meno di quelli sul mercato interno, dove pesa l’energia. I dati non dicono quanto conti la scelta commerciale e quanto la diversa composizione dei prodotti venduti.
| Indicatore | Periodo | Variazione annua |
|---|---|---|
| Export in valore | gen-giu 2026 | +4,5% |
| Export in volume | gen-giu 2026 | +0,7% |
| Valori medi unitari all’export | gen-giu 2026 | +3,8% |
| Prezzi all’import | giugno 2026 | +4,9% |
| Prezzi alla produzione, mercato estero | luglio 2026 | +3,6% |
| Prezzi alla produzione, mercato interno | luglio 2026 | +9,3% |
Cosa significa per le PMI
Una crescita dell’export in valore non vuol dire per forza più clienti o più ordini. Per leggere i propri numeri, un’impresa dovrebbe separare l’effetto prezzo dall’effetto quantità, come fa l’ISTAT. Chi importa materie prime o energia deve poi seguire le ragioni di scambio: se i costi in entrata salgono più dei prezzi di vendita, il margine si riduce anche con fatturato estero in aumento.
Troisi Ricerche affianca le PMI nell’analisi dei dati di commercio estero per prodotto e mercato.



