Tre tendenze stanno modificando il modo in cui le imprese vendono all’estero: l’uso dell’intelligenza artificiale, i requisiti ambientali legati all’accesso ai mercati e la riorganizzazione delle catene di fornitura. Per una PMI non si tratta di previsioni astratte, ma di fattori che incidono già su costi, clienti e concorrenza.
Intelligenza artificiale: diffusione ancora limitata in Italia
Secondo Eurostat, nel 2025 il 20,0% delle imprese UE con almeno 10 addetti ha usato almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, contro il 13,5% del 2024. In Italia la quota è passata dall’8,2% al 16,4%: il doppio in un anno, ma ancora sotto la media europea e lontano da paesi come Danimarca (42,0%) o Finlandia (37,8%).
Il Rapporto sul commercio mondiale 2025 dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) stima che l’IA possa aumentare il commercio globale del 34-37% entro il 2040, a condizione che si riducano i divari digitali e di competenze tra paesi e imprese.
Per chi esporta, gli usi più immediati sono pratici: analisi di grandi quantità di dati commerciali per individuare mercati e clienti, traduzione e adattamento dei contenuti, gestione delle schede prodotto sui marketplace, supporto alla pianificazione logistica. Il giudizio su quali opportunità perseguire resta umano, e i risultati vanno sempre controllati.
Sostenibilità: da valore aggiunto a requisito
Dal 1° gennaio 2026 si applica il regime definitivo del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) dell’UE. Riguarda le importazioni nell’UE di cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. Gli importatori che superano la soglia di 50 tonnellate annue di merci CBAM devono ottenere lo status di dichiarante autorizzato e acquistare certificati corrispondenti alle emissioni incorporate nei prodotti.
Per un’impresa italiana il CBAM conta soprattutto sul lato degli acquisti: chi importa questi materiali da fuori UE deve raccogliere dai fornitori i dati sulle emissioni. Più in generale, i clienti industriali e la grande distribuzione chiedono sempre più spesso informazioni su impatto ambientale, tracciabilità e certificazioni. Chi le ha già pronte parte avvantaggiato.
Nearshoring e catene di fornitura
Le interruzioni degli anni della pandemia e le tensioni geopolitiche hanno spinto molte imprese a rivedere le catene di fornitura, avvicinando la produzione ai mercati di consumo (nearshoring) o privilegiando paesi considerati affidabili (friend-shoring).
Per le imprese italiane questo può aprire spazi come fornitori di prossimità per i clienti europei e mediterranei, soprattutto nelle forniture dove contano tempi di consegna, flessibilità e qualità. Per coglierli servono però capacità produttiva, affidabilità nelle consegne e documentazione completa su origine e sostenibilità.
Cosa fare adesso
- Verificare dove l’IA può ridurre tempi e costi nelle attività export già in corso, partendo da un processo alla volta.
- Raccogliere e ordinare i dati ambientali e di tracciabilità che i clienti esteri potrebbero chiedere.
- Se si importano materiali soggetti al CBAM, controllare soglia e obblighi sul portale della Commissione.
- Valutare se i clienti europei stanno riorganizzando i fornitori e presentarsi come alternativa di prossimità.
Troisi Ricerche segue questi temi nell’analisi dei mercati svolta per le PMI.



